Il pianto del neonato e le nostre reazioni: come l’infanzia influenza la genitorialità

Il pianto del neonato e le reazioni dei genitori

Sono passati sei mesi da quando è nata Luna.

Luna è un’anima meravigliosa. Non piange mai, sempre tranquilla, estremamente socievole, ha un sorriso per tutti.

Chi la vede mi dice che sono fortunata.

Io sorrido, ma so che non è solo questione di fortuna.

La gravidanza di Luna è arrivata dopo un lutto profondo, la morte di mio fratello a soli 33 anni. Un lutto che mi ha portata a sentire ancora più profondamente la preziosità della vita, di ogni attimo, di ogni esperienza. Ad apprezzare ogni cosa per il semplice fatto di poterla ancora vivere.

Io sento che tutto questo probabilmente lei lo ha sentito e la sua gioia sembra dire proprio “grazie, la vita è meravigliosa!”

Dopo la gravidanza, il parto. È nata nel modo più naturale e meraviglioso che si potesse desiderare.

Nata in casa, accolta dalle braccia mie e di suo babbo prima che arrivasse l’ostetrica. In una bolla di amore e intimità che le ha permesso di fare il suo ingresso in questo mondo nel modo più dolce e naturale possibile.

E poi entra in gioco il modo in cui la stiamo crescendo.

Niente culle che dondolano da sole, niente sdraiette o supporti vari. Solo braccia di mamma e papà (e anche di nonna, fratello e sorella).

Da quando è nata è stata sempre, sempre in braccio.

La tengo in braccio mentre cucino, mentre passo l’aspirapolvere, mentre gioco con Davide e Sofia, mentre piego vestiti, mentre sistemo, cammino, leggo, mangio.

Può sembrare esagerato, può sembrare una follia. Per me è la cosa più naturale che ci sia.

Il legame che si crea è indescrivibile, incomparabile e impagabile. E io sento che per lei il contatto con noi è un luogo di sicurezza e di appartenenza.

Una volta avevo letto un articolo che parlava del modo in cui, in alcune culture, le mamme tengono i loro bambini sempre a stretto contatto con il corpo, in braccio o nelle fasce.

Mi era rimasto molto impresso e, quando ho avuto i miei figli, ho iniziato a comprendere sempre di più l’importanza di quel “tenere in braccio”.

Jean Liedloff, nel suo libro “Il concetto del continuum”, parla molto dell’esperienza dell’essere tenuti in braccio e dell’importanza del contatto e della vicinanza nei primi mesi e anni di vita. (Invito fortemente a leggerlo.)

Insomma, sono passati sei mesi e di questi sei mesi posso dire che sì, la fortuna conta, ma fino a un certo punto.

Il grande lavoro che ho fatto su di me in questi anni ha fatto un’enorme differenza.

Mi ha portata a sapere gestire molto bene la mia risposta emotiva davanti al pianto del neonato.

Quando ancora nei primi mesi piangeva perché aveva un pochino di rigurgito o qualche disturbo che non potevo comprendere, la mia risposta è sempre stata calma, sia internamente che esternamente.

Le parlavo, la cullavo dolcemente, cantavo senza mai essere travolta dal suo pianto, senza avere quella sensazione di dover fare qualsiasi cosa pur di farla smettere.

Ero lì per lei con tutta la presenza e l’amore che potevo darle.

E questa è una cosa che oggi mi sembra quasi naturale.

Ma non è sempre stato così.

Luna è la nostra terza figlia e questa calma interiore, questa possibilità di stare davanti al pianto senza sentirmi completamente travolta, non sarebbe stata possibile se non ci fosse stato un profondo e continuo lavoro su di me e su di noi come genitori.

Non siamo sempre stati così.

Ricordo ancora come reagivo al pianto di Davide, il nostro primo figlio.

Dentro di me saliva un’angoscia e un’ansia che mi portavano a fare qualsiasi cosa per farlo smettere.

Il mio obiettivo non era aiutarlo a stare meglio, ma solo ed esclusivamente farlo smettere.

Cantavo, camminavo, gli davo il seno, lo davo a Simone e poi di nuovo il seno e così via, il tutto in uno stato interiore di smarrimento, angoscia e ansia.

Tante volte avrei voluto scappare via e tante altre delegavo perché per me era troppo.

A volte mi sentivo persino una mamma incapace. Incapace di aiutarlo e accudirlo.

Col tempo ho iniziato a chiedermi perché il suo pianto mi attivasse così tanto.

E ho incontrato la mia storia.

Da piccola il mio pianto non era stato accolto, non era stato ascoltato.

Sono nata in ospedale e sono stata messa nel nido insieme a tutti gli altri neonati.

Lasciata piangere insieme ad altri neonati.

Avevo le cure delle infermiere a orari prestabiliti, potevo vedere mia mamma in orari prestabiliti, mangiare a orari prestabiliti.

Questo è quello che ho vissuto nei primi giorni dopo la mia nascita.

Poi, a casa, veniva detto di “lasciare piangere i bambini perché fa bene e apre i polmoni”.

E quale mamma che ama il proprio bambino non seguirebbe le istruzioni?

Se fa bene, lasciamo che pianga perché poi si calma da solo.

Le reazioni che abbiamo davanti al pianto dei nostri figli possono avere radici anche nelle esperienze che abbiamo vissuto noi. Da adulti il pianto dei nostri figli può risvegliare l’angoscia che abbiamo vissuto da neonati quando il nostro pianto non trovava conforto.

Il legame tra infanzia e genitorialità è molto più profondo di quanto immaginiamo.

La nostra infanzia può influenzare il modo in cui diventiamo genitori e il modo in cui reagiamo alle emozioni dei nostri figli.

Non significa che siamo destinati a ripetere ciò che abbiamo ricevuto.

Significa che possiamo iniziare a guardarci dentro e chiederci cosa succede in noi quando nostro figlio piange.

Per me è stato un passaggio fondamentale.

Ho iniziato a comprendere che, davanti al pianto di Davide, non c’era soltanto lui.

C’ero anche io.

C’era la bambina che ero stata.

C’era il mio pianto che non era stato accolto.

C’era quella parte di me che aveva imparato che il pianto doveva finire, che non doveva disturbare, che doveva essere contenuto o fatto smettere.

E quando ho iniziato ad ascoltare quella parte di me, qualcosa è cambiato anche nel modo in cui riuscivo a stare con i miei figli.

Non sei un genitore sbagliato.

Sei un genitore che, davanti alle emozioni del proprio bambino, si trova a fare i conti anche con ciò che ha vissuto nella propria infanzia.

E puoi iniziare ad ascoltare ciò che si muove dentro di te.

Prendere consapevolezza di ciò che abbiamo vissuto nell’infanzia ci dona una grande libertà: la libertà di poter accudire i nostri figli senza essere completamente guidati da condizionamenti e reazioni che appartengono al nostro passato.

Non possiamo cambiare ciò che abbiamo vissuto.

Ma possiamo iniziare a comprenderlo.

Possiamo imparare a riconoscere ciò che si attiva dentro di noi.

Possiamo scegliere, sempre di più, come stare nella relazione con i nostri figli.

Non è solo questione di fortuna.

È anche frutto di un grande lavoro di consapevolezza.

Un lavoro che aiuta noi a stare meglio con noi stessi e, allo stesso tempo, ci permette di vivere in modo sempre più consapevole la relazione con i nostri figli e una genitorialità più consapevole.

Nel mio videocorso “Diventare adulti consapevoli” propongo un percorso dedicato al bambino interiore e a quel lavoro di consapevolezza che può aiutarci a comprendere ciò che si muove dentro di noi, anche nella relazione con i nostri figli.

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